giovedì 10 novembre 2011

la prima volta che ho incontrato Audrey Hepburn

Avrò avuto 12 o 13 anni. Era mezzanotte e i miei dormivano, ma due ore più tardi si sarebbero dovuti alzare per andare a prendere mia sorella, poco più che ventenne, al lavoro: faceva il turno di notte e non aveva ancora la macchina. Decisi di andare con loro. Il giorno dopo non c’era scuola e di mettermi a dormire, quella sera, non mi andava proprio.
Mentre i miei genitori, stanchi dopo la solita giornata di duro lavoro, preferirono appoggiarsi per qualche ora sul letto prima di mettersi in macchina nel cuore della notte, io, fresca e rilassata nonostante l’ora, con la mente ancora lucida e brulicante di pensieri, dopo la solita giornata di scuola, letture e sogni ad occhi aperti (tempo di un’adolescenza privilegiata che non si apprezza al momento e si rimpiange per il resto della vita), mi misi davanti al piccolo televisore in cucina. Senza troppe aspettative, cominciai a fare zapping: squallidi talk show con uomini politici e soubrette, noiosi programmi di approfondimento, telegiornali notturni, film horror di dubbio gusto, western logori…e poi lei.
Indossava un’enorme camicia bianca, lunga fino alle ginocchia, accollata, con due piccoli spacchi sui lati dell’orlo, le maniche larghe e sbottonate. Le sue gambe lunghe e snelle erano nude, i suoi piedi scalzi. Una simpatica mascherina da notte color verde acqua le copriva un po’ la fronte e l’attaccatura dei capelli, i suoi bellissimi capelli lunghi, castani, con qualche riflesso biondo, in parte raccolti sulla nuca, in parte lasciati sciolti. Sedeva su una vasca da bagno priva di una delle due pareti lunghe e ricoperta di cuscini viola e fucsia (quello era il suo divano). Sorseggiava del latte da una coppa di champagne. Un primo piano del suo volto mi lasciò senza fiato: la pelle liscia e luminosa, le gote rosate, il nasino alla francese, le labbra delicate color pesca; l’espressione del viso, dapprima cupa e pensierosa, si trasformò improvvisamente in un sorriso brillante che mostrava una dentatura bianca ma lievemente irregolare, buffa, tenera. E gli occhi. Non avevo mai visto degli occhi così meravigliosamente belli: profondi, luminosi, un po’ allungati verso l’alto, tendenti al verde, messi in risalto da una sottile linea di eyeliner, incoronati da due sopracciglia perfette, ininterrottamente coperti e scoperti da ciglia nere, folte, vaporose, lunghissime. Dopo averla osservata attentamente cominciai ad ascoltarla. Parlava di un luogo silenzioso e solenne che la faceva stare bene, in cui non le poteva accadere niente di brutto… Il suo interlocutore era un uomo sulla trentina, bello ed elegante. La vicenda mi incuriosì.
Era un film vecchio ma a colori; non lo conoscevo e, soprattutto, non conoscevo la sua splendida protagonista. Avevo perso l’inizio ma la storia mi era piuttosto chiara: una ragazza di mondo che vive da sola a New York cerca un uomo che le possa garantire un alto tenore di vita e la serenità che deriva dai soldi; quella serenità, tuttavia, sembra trovarla solo nell’amore di un nullatenente come lei. Spensi la luce e mi immersi completamente nella visione.
Circa un’ora e mezza più tardi ero ancora inchiodata alla sedia della cucina: gli occhi lucidi, fissi al televisore, erano intenti a contemplare il più bel lieto fine che avessero mai visto. Le inquadrature, sempre più dall’alto, e l’emozionante crescendo della musica mi accompagnarono alla classica scritta “The End”. Ero impaziente di vedere i titoli di coda. Purtroppo la pubblicità, ingorda, se li mangiò. Allora corsi in sala a prendere il giornale con la programmazione televisiva; cercai giorno, ora, canale e finalmente lessi: Colazione da Tiffany, con Audrey Hepburn. Quella creatura così dolce e graziosa adesso aveva un nome e un cognome. 
Il rumore e le luci accese svegliarono i miei. Si alzarono, era quasi ora di andare. “Non hai dormito?”, chiese mia madre. “No, per niente”, risposi io, gli occhi ancora umidi e un po’ arrossati. Ci preparammo per uscire. Appena salii in macchina, misi le cuffie e accesi il walkman. Qualche melliflua canzone di fine anni Novanta mi cullò in un dormiveglia durante il quale non potei fare a meno di ripensare al film e a lei. Lei era speciale. Di sicuro l’avrei cercata ancora.



Oggi Audrey avrebbe 82 anni. Io ne ho 26 e non ho ancora smesso di cercarla: nelle fotografie, nei film, nei video, nelle canzoni, nei libri. Purtroppo, la prima volta che l’ho incontrata, lei non c’era già più. Ma nel cuore delle persone che, come me, l’hanno amata fin dal primo istante, Audrey è sempre viva.

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